DCA - DISTURBO DELLO SVILUPPO

Aggiornamento: 26 gen 2020

I DCA sono Disturbi dello sviluppo de Se’.

Cosa vuol dire?

Che il sintomo alimentare è l’espressione di un più profondo e complesso disagio, che trae le sue origini da molti fattori, gran parte dei quali nell’infanzia.

Le persone che sviluppano un DCA sono cresciute in contesti famigliari inadeguati a rispondere ai bisogni del bambino, perché poco capaci di riconoscere e rispecchiare le capacità e le caratteristiche del piccolo individuo.


Una tappa fondamentale dello sviluppo infantile e quella di separazione/individuazione, ovvero il momento nel quale un bambino si separa dal rapporto simbiotico con la propria madre e inizia ad individuarsi, diventare un essere separato e diverso, con proprie esigenze e peculiarita’.



Questo processo non sempre è semplice.

Molte famiglie non sono in grado di garantire questa fase, in genere per insicurezza, per iperprotezione, per un bisogno materno di mantenere il controllo sui bisogni di un bambino. I piccoli si adeguano e mantengono un legame confusivo con i genitori. Anche il padre partecipa molto al fallimento del processo di separazione/individuazione, spesso perché bisognoso a sua volta, dipendente, poco assertivo, insicuro o assente.

Il bambino resta adeso psichicamente alle figure genitoriali e non sviluppa un’immagine di se stesso, non iniziando a conoscersi e percepire i propri bisogni; accade così che ogni sensazione, emozione e desiderio deve essere legittimato e validato dal pensiero materno.

Questa modalità può ancora reggere nell’infanzia, dato che un bambino non ha una personalità strutturata e una indipendenza, e può adeguarsi con facilità al pensiero che i genitori hanno su di lui.

Con l’inizio dell’adolescenza, invece, questa assenza di una immagine di se stesso come essere separato e autonomo si manifesta in modo doloroso.

Questi ragazzi arrivano alla pubertà privi di una immagine di se stessi come individui e non possono accedere alla seconda fase di separazione/individuazione che inizia con la pubertà e porta in ragazzo verso l’autonomia.

I bambini che non hanno avuto la possibili di un adeguato rispecchiamento nell’infanzia non sanno riconoscere le proprie emozioni, confondono le emozioni profonde con quelle della mamma o di altre figure, non sanno gestire gli impulsi, perché questi sono stati gestiti da altri, non conoscono il loro corpo e i bisogni che questo esprime, sono spaventati dalla solitudine, dall’autonomia e dalla confusione mentale.

Inoltre la mancanza di una educazione volta alla conoscenza di se stesso fa sentire questi ragazzi inadeguati e incapaci di essere amati, quindi insicuri, con poca autostima e un profondo desiderio di raggiungere una perfezione che li renda degni di amore.


Ecco che un ragazzo arriva all’adolescenza con:

- Bassa autostima

- Difficoltà a conoscere se stesso

- Incapacità a riconoscere e gestire gli stati d’animo

- Difficoltà a discriminare le emozioni

- Impulsività

- Attaccamento insicuro, ansioso e preoccupato, per la paura di non essere amato

- Scarsa conoscenza del proprio corpo

- Tendenza al perfezionismo


Infine i genitori sono sempre gli stessi e come non hanno potuto riconoscere l’individualità del figlio bambino, tanto meno possono farlo ora.

L’adolescenza è il periodo della vita nel quale un ragazzo diventa proprietario del proprio corpo e della propria mente ed impara chi e’, costruendosi le basi dell’identità.

Con le caratteristiche sopra elencate questo processo è impossibile e per la persona inizia una sofferenza importante data dall’impotenza ad accedere alla propria vita.

La prima cosa che si sviluppa è un sentimento di rabbia profonda verso l’ambiente e verso il corpo, che diventa il Simbolo della prigionia.

Il corpo cresce e impone una crescita che NON può esserci psicologicamente.

Vengono odiati il corpo e i genitori. Il primo perché sancisce l’inizio dell’adolescenza e i secondi perché non l’hanno resa possibile.


Si alterna desiderio di crescere e svincolarsi alla paura di farlo.


Parte il disturbo alimentare.


Parte perché è una risposta onnipotente ad una incapacità: se non posso crescere allora obbligo il mio corpo e i miei genitori a tenermi bambina.

Il perfezionismo, la perseveranza e l’adattabilità che queste persone hanno, aiuta lo sviluppo del sintomo.

Dopo pochissimo tempo restano imbrigliati nelle maglie di una delle più devastanti ambivalenze:

da una parte il desiderio di crescere, liberarsi dalla dipendenza e dall’altro la paura di non poterlo fare e l’angoscia di non trovare dentro se stesse le risorse vere per farlo. La rabbia e il terrore che ne scaturisce le blocca nel sintomo, perché è un sintomo infinito che da una parte fa sentire forti e capaci e dall’altro genera la dipendenza dalla quale si fugge.

Il sintomo vorrebbe correggere l’insicurezza: se controllo il cibo e il corpo posso sentirmi forte e avere un immagine perfetta; dall’altro genera dipendenza: nessuno mi crede capace, devo essere seguita, sono malata.

Essendo il sintomo alimentare rispondente ad esigenze contrapposte non esiste nessuna possibilità di affrontarlo in modo adeguato. Se le persone si preoccupano aggravano il senso di incapacità e impotenza, se lo ignorano o ne riducono l‘importanza generano paura e riattivano il disturbo dell’attaccamento.

Unica possibilità è non partire dal sintomo.

Il sintomo non è il centro, non è la causa e non è la cura. È unicamente l’espressione di un tentativo di avere una personalità e una consistenza ed essere per questo amati.

Quindi la cura è far ripartire lo sviluppo del Se’ riconquistando tutte le fasi e le competenze non apprese.

Tutto parte dalle relazioni. Le relazioni sono le uniche che possono ridare speranza ai DCA. Speranza di riavviare un processo di rispecchiamento e di conoscenza di se stessi che serve per imparare a gestire gli impulsi, vedere le emozioni, catalogarle, adeguarsi, costruire una personalita’ e con questa avere altri rapporti.

Il sintomo alimentare è insieme rifiuto e richiesta.

Rifiuto di nutrimento e quindi di accudimento, il quale in passato è stato oppressivo o depressivo, richiesta di avere un nuovo rapporto di accudimento, questa volta rispettoso e individualizzante.

I genitori, che non hanno nessuna colpa, poiché ognuno è il genitore che può essere in base alle proprie esperienze, belle e brutte, possono fare molto oggi, comprendendo e accettando che il figlio ha bisogno di imparare a conoscersi, di avere la responsabilità di se stesso e sentire di essere unico proprietario del corpo e della mente. Un genitore è tra quelle persone che può insegnare ad un ragazzo come fare senza sostituirsi.

Accettare la diversità e l’autonomia psichica di un figlio è una cosa difficilissima, la cui complessità molto spesso si sottovaluta.


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